Viernes Santo

Tempo fa, in un chiacchierata con uno scrittore maghrebino, venne fuori che il francese (parlavamo della lingua) era considerata, da loro, alle stregua di un bottino di guerra. Mi fece ridere l’idea, perché mi piacque, e perché la trovai talmente intrisa di ingenua consolazione, che va a capire, mi dissi, alla fine magari è pure vero. Mi è tornata in mente in questi giorni, qui, a Quito, capitale dell’Ecuador, mentre assistevo per strada ai preparativi del venerdì santo. Ed è tornata insieme a una affermazione di Borges sul Barocco, che non c’entra nulla con quello di cui parlavo prima, o forse sì, comunque sia mi trovo a quasi tremila metri di altezza e qualche sintomo di confusione mentale mi sarà pure concesso.
Fatto è che saranno suppergiù le otto del mattino e le strade intorno al vecchio Stadio Atahualpa appaiono deserte, “Stia attento al portafoglio”, mi disse il portiere dell’albergo, prima di congedarmi con un sorriso che mi suonò beffardo. Sulla Avenida Amazonas gli autobus scorrazzano all’impazzata cercando di fregarsi i clienti a vicenda, che oggi le macchine non sono benvenute nel Centro Storico, e i percorsi prefissati possono andare (anch’essi) a farsi benedire. Dalle 7 alle 10, in tutte le chiese di Quito si compiono  confessioni di massa, di rigore per chi vuole far parte della processione, ma in verità il patio centrale del convento di San Francisco è rimasto aperto durante tutta la notte, e centinaia di fedeli giacciono ammucchiati all’inverosimile in paziente attesa del sacramento.
Ho visto altre volte le piazze domenicali di questo capolavoro della convivenza umana che è questa città,  e ogni volta mi sono chiesto da dove potesse saltar fuori una folla del genere, ma oggi sono rimasto bloccato in un angolo, appena sotto le scalinate della cattedrale, e non mi avanza nemmeno una domanda in tasca. E’ un alveare furibondo e sorridente che s’infila in ogni centimetro di spazio rimasto incompiuto, riuscendo a volte a sovvertire le leggi sulla collocazione dei corpi nello spazio, che perfino la fisica pare rincoglionirsi nella penuria di ossigeno. Il tempo passa, e il fiume s’ingrossa, inesorabilmente.  Una signora che ho praticamente addosso da un quarto d’ora, mi spiega che è appena finita la preghiera della Via Crucis, e si attende la lettura della sentenza di morte di Gesù. Io mi sto chiedendo se riuscirò a sopravvivere fino a quel momento, ma la giornata non è nemmeno ai blocchi di partenza. Mi ricordo del sorriso del portiere, e lo benedico anch’io. Sparpagliate qua e là, contro i muri della chiesa, e sulla piazza, ci sono centinaia di croci di vari pesi e misure, come se facessero a gara tra di loro. Alcune costruite con delle travi presi in prestito da qualche tettoia, altre che somigliano pericolosamente a dei pali della luce appena sradicati. Intorno alle 12, dopo sommovimenti vari di questo enorme ventre del quale faccio parte anch’io, inizia la processione. Mi ritrovo stranamente dalla parte opposta al punto in cui ero arrivato. Non chiedetemi come ho fatto, fatto è che sono lì.  In testa va il Chacatalica, voce della lingua Quichua Chacatasca, che significa letteralmente Crocifisso. Dietro di lui, un centinaio di Penitentes, che caricano le croci e si flagellano durante la processione, in un crescendo raccapricciante di sangue e di dolore. Segue il corteo dei Cucuruchos –duemila- vestiti con una tunica porpora o blu, e con in testa un inquietante cappello a punta che ricorda il Ku-Klux- Clan, in versione dolce&gabbana.  La signora che prima si appoggiava a me si è stancata, quindi si sostiene su un indio che si trova alla sua sinistra. Ha il volto coperto di lacrime, e non vede l’ora dell’apparizione delle Veroniche. Una volta ha preso parte anche lei, mi dice,  ma il corteo è troppo lungo, ha paura di no farcela. Arrivano. Sono duecento, mi aggiorna la signora, che è tornata a regalarmi il suo peso, pare che l’indio non fosse molto stabile. Sono vestite di porpora, e rappresentano le donne che pulirono il viso di Nostro Signore. Diceva Borges, (ecco che mi torna in mente) che il barocco è quello stile che confina con la sua propria caricatura. Chissà.  Il barocco nacque nel 1600. Questa processione circa tre anni prima. Ma non ho dubbi che fosse già intensamente barocca, come lo è ancora oggi, come la vita quotidiana di ogni creatura nata in questa giungla in verticale nella quale pare si possa quasi toccare il sole con la punta delle dita, quando c’è. La polizia, in tenuta antisommossa, ci costringe gentilmente ad indietreggiare. Ora vengono i Carros, mi dice l’indio, che non so come ora si ritrova alla mia destra. La Virgen de los Dolores, e il Jesùs del Gran Poder. Siamo ai piedi della scalinata, quasi nel palco di proscenio, quello dal quale si vedono i movimenti tra le quinte. Così, sotto il fasto dei carri, riesco a divisare una sorta di chassis di macchina, con un motore di quaranta affezionati ai lati, e l’autista che con un volante in mano cerca di dare una qualche direzione al mezzo, il quale si scuote pericolosamente ad ogni cambio di angolatura. Via Bolìvar, Venezuela, Manabì, Vargas, America, Riofrìo, fino alla Basilica, là in alto, a 2845 metri, e poi ancora Manabì, Garcìa Moreno, Sucre, Benalcàzar, ancora Bolìvar, e alla fine, di nuovo a San Francisco. In totale quasi quattro chilometri di via dolorosa, per onorare, da più di quattrocento anni, un peccato originale di cui prima ignoravano l’esistenza. Corone di spine, chiodi conficcati nelle carni, filo di ferro e vetri a seviziare corpi già provati dalle carestie, croci di peso inverosimile trascinati per ore, fino allo sfinimento, forme elementari della crudeltà una volta imposta e fatalmente incorporata in un terreno nel quale ogni cosa diventa eccessiva, dai frutti della terra dei nomi e dei sapori nemmeno immaginabili, alle forme del sentire,  incontrollate, alluvionali, spesso fatali.
Un simbolo del mestizaje (meticciato), mi dice più tardi un filosofo locale, davanti a una tazza di caffè. Alla Settimana Santa abbiamo attaccato tutt’intera la nostra magia, anche quella cattiva, la nostra tristezza, il nostro modo dolente di concepire l’esistenza.  Alle volte, perfino la nostra allegria.
Da quando Cristo è arrivato da queste parti, pare non sia più tornato ad essere quello che era.

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