Fenomenologia dello scagnozzo

Per qualche strana forma di perversione mediatica, i palinsesti televisivi insistono nello sbolognare, subdolamente, pezzi di quella merce rimasta invenduta nei loro magazzini, sulla quale il tempo avrebbe dovuto metterci una parola, visto che di veli pietosi sembra aver ormai esaurito le scorte.
L’episodio nel quale l’inviato di Striscia la Notizia cerca di consegnare un tapiro a Mike Buongiorno, però, merita di essere salvato, bollato come materiale d’interesse nazionale e riproposto all’infinito. Non per il buon Mike, cui la frequentazione ha reso ormai parte della nostra quotidianità più casereccia. Un nonnetto quattro stagioni, rassicurante come non se ne fanno più,  al quale confidare il proprio  riposo,  i risparmi di una vita, la qualità dei sogni, le sorti di un santo.
Qualcuno lo voleva perfino Senatore. Non ce l’ha fatta ancora, ma non mettiamo limiti alla provvidenza.
I fenomeni naturali crescono e si riproducono, diceva qualcuno. Credo succeda anche a quelli televisivi. Ci siamo da tempo assuefati agli effetti collaterali di tali fenomeni. Quella torma accalcata dietro il potente di turno, afasica e condiscendente, pronta a spellarsi le mani e a sciorinare sorrisi a radio-commando, fa ormai parte di un codice genetico tutto intento alla sopravvivenza della propria specie.
C’è  però, ogni tanto, qualcuno che sfugge alle generalizzazioni di sorta. Tale è Il caso dello scagnozzo di Mike Buongiorno.
A prima vista pare uno uscito da qualche telefilm degli anni settanta. Cappelli argentati, incedere sbrigativo, pancetta di ordinanza. Il suo principale gli usa l’antica cortesia del Lei. Cosa che l’interessato ricambia con tutta la diligenza rimastagli in corpo. “Prenda quello là!” “Lo insegua!” “Spacchi quella telecamera!”.
Lui, senza chiedere, né tantomeno, chiedersi alcunché, prende sollecito il via; minaccia, punta un dito di calibro superiore alla media, s’avventa sul primo soggetto semovente , cerca di sbriciolare ogni cosa si trovi sul suo percorso. Poi torna dal capo, il fiatone che gli sconvolge l’inquadratura. “Lo ha preso?”, gli chiede l’altro. “Non ce l’ho fatta…”, ammette infine lui, con un tono di malinconica sconfitta e lo sgomento che cola tra le sue fauci.

Quello che colpisce però, è il linguaggio. Non per niente abbiamo superato da un pezzo l’epoca del muto.
“Guarda che da me le buschi”, avverte, un attimo prima di scagliarsi. “Io non sono buono… ricordatelo”. E poi, già al culmine di una  sceneggiatura da noir ambientato a Casalpusterlengo: “Il tuo tempo è finito!”.

Da una vita gli antropologi s’aggrovigliano alla ricerca dell’anello mancante. Quel nesso di congiunzione che legherebbe noi tutti, (perfino Mike Buongiorno) al regno animale, con buona pace dei creazionisti. I sospetti sono caduti spesso sui primati. Forse sarebbe ora di cominciare a considerare la candidatura dei canidi. Dopo tutto, la loro presenza è stata sempre vitale alla sopravvivenza della nostra specie. Il cane, se ben allenato, è mansueto al nostro cospetto. Servizievole a comando. Feroce all’occorrenza. Non arriva mai a superare un suo proprio confine di appartenenza. A  lui non è stato concesso il cruccio  delle domande, quindi, delega  generosamente l’onere delle risposte.
Non tutti saranno d’accordo, lo so, i pedigree sono spesso nient’altro che una discutibile opinione personale. Ma quella di cui parlo, ve l’assicuro, è una delle razze più convenienti ad accompagnare umani di un certo rango. In definitiva, il segreto del loro possesso è tutto contenuto in una mano, che il bestione  non perde mai di vista. Il dito del padrone, che indica dove mordere. Il dorso da leccare. Il palmo che allunga il biscottino.
A quello di Mike, poi, non manca neanche la parola.

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