La saggezza della tartaruga II (Il risveglio)

La prima ad entrare in fibrillazione è la mia portinaia, mi consegna la busta come se le bruciasse in mano, mi vuole bene, ma in questo palazzo non è consueto ricevere comunicazioni del genere, e poi, si sa, in tempi come questi, non si finisce mai di conoscere la gente, se ven caras y no se ven corazones, direbbe mia mamma.
Io, appena alzato dopo una notte di sogni inquieti, (non so perchè ma mi viene subito in mente Gregor Sampsa, quello dello scarafaggio, per intenderci) ci metto un po’ a capire. A dire la verità, nel tentativo se ne andrà l’intero giorno e parte di quello successivo. Sulla busta, stampato a chiare lettere si legge: Questura di Como– Divisione anticrimine, e il foglio contenuto altro non è che un pressante  invito a comparire al più presto.
Guardo l’ora, è già mezzogiorno inoltrato, (lo so, un po’ mi vergogno, ma ieri notte ho lavorato fino a tardi), l’ufficio è aperto dalle 9 alle 12, quindi mi tocca procrastinare  all’indomani il tutto, che non è poco, anzi, dovrebbe essere rubricato tra gli attenuanti  di pena questo purgatorio portatile dei convocati, fatto sta che a’ da passa’ ‘a giornata, mai tanto lunga la maledetta, e così la nottata e compagnia bella… Nel frattempo si passano in rivista conosciuti e conoscenti di fresca o di antica nomina, quello là, questo quà, chissà in quale casino si è cacciato, quel cretino (tranquilli, ho chiesto scuse a tutti, in anima mia, e poi i diretti interessati no lo sapranno mai), il buon Kafka (ancora), lo smemorato di Cologno, Alberto Sordi in Detenuto in attesa di giudizio, peccati e peccatucci di recente, medio e di remoto passato: multe, ritardi, passaggi in rosso, mancata  obliterazione del biglietto, inserimento di bottiglia di plastica nella busta dei promiscui, tempo fa mi hanno anche fregato la bicicletta, vuoi vedere che… Ma và, leggi bene, deficiente,  Divisione Anticrimine, ti pare che si possano occupare di cazzate del genere.
Boh…! In ogni modo, domani porto con me un paio di mutande e lo spazzolino di denti.
Il giorno appresso, 09 a.m., casco dentro il salone severo della questura della mia città. Non devo essere molto lucido, perchè sto per mettermi in fila insieme agli extracomunitari in cerca del permesso di soggiorno, per fortuna ho il foglio in mano, quindi vengo condotto verso l’ufficio competente. Arriva un altro funzionario, prende la busta, tira fuori un fascicolo a me intitolato. Giunge anche il Comandante. Il tratto è gentile, cordiale, rispettoso, – vorrei dire: normale, ma ho imparato a diffidare della normalità, che è figlia della consuetudine- diciamo allora, naturale, mi vengono chieste addirittura scuse per il tempo impiegato a redigere il verbale. Le mie perplessità di colpo si dileguano. Persino la mia inquietudine. Mi siedo. Apprendo di essere sotto formale accusa, non fa piacere, ma rientra nella logica delle previsioni.
Dopo la scelta del domicilio, e di quella dell’Avvocato d’Ufficio (non ho a portata di mano uno di fiducia, quindi mi viene assegnato per legge) posso tornare a casa. L’addebito formalizzato è quello di Ingiurie (immagino a Pubblico Ufficiale, potrò leggere l’imputazione soltanto da mano del mio legale). Resto in attesa di processo.
A volte le parole mi lasciano perplesso. Trovano degli anfratti semantici dai quali poi non è a facile stanarle. Ingiuria: Affronto, oltraggio // A) prepotenza, sopruso, B) insolenza.  Dal latino:  Iniuria, derivato di Iniurius “ingiusto”, propr. “Lesione di un diritto”, recita il mio dizionario.
Dev’essere cambiata l’accezione, nel frattempo, perchè non ricordo di essere stato protagonista di un fatto del genere. E se fosse stato, mi chiedo, se avessi arrecato Oltraggio, se avessi fatto uso di una qualsiasi forma di Prepotenza, se avessi commesso un Sopruso, se mi fosse comportato da Insolente, se avessi Leso dei Diritti nei confronti di un Pubblico Ufficiale nel esercizio delle sue funzioni, non avrei dovuto essere arrestato immediatamente, o comunque denunciato, o quantomeno non avrebbero dovuto redigermi un verbale, ipso facto, quel dì?
Torno a casa. Dovrei forse sentirmi amareggiato. Non lo sono. Al di là delle seccature e dell’inquietudine -che tornerà, su questo non ci piove- sono ancora convinto di avere agito bene quel giorno sul treno. La stretta con la quale si congedò, scendendo, quel signore senegalese, me la porto ancora sul palmo della mano.
“La dignità si paga”, diceva mio padre, “ma un uomo senza dignità è un morto che cammina”.

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